Che cos’è una consultazione della Commissione?

Una “consultazione pubblica” è un processo con cui la Commissione europea chiede apertamente un riscontro all’opinione pubblica (dai cittadini alle aziende) al fine di raccogliere contributi per capire se esiste un problema che va risolto oppure se le azioni dell’UE dovrebbero concentrarsi verso una determinata direzione, ecc.

Questa consultazione è aperta a tutti e si concentra sul diritto d’autore, più in particolare sulla creazione di un nuovo diritto per gli editori (16 domande a “scelta multipla”) oltre a un’eccezione per la “libertà di panorama” (7 domande a “scelta multipla”). Chi partecipa alla consultazione è libero di scegliere a quali domande rispondere, fermo restando il termine del 15 giugno per inviare le proprie risposte.

La consultazione rappresenta l’ultima occasione per far sentire la propria voce prima che la Commissione europea presenti la sua proposta finale di riforma del diritto d’autore nell’UE il prossimo autunno. Prima di presentare la sua proposta, la Commissione analizzerà le risposte e cercherà di capire se c’è un problema relativo agli editori di notizie e se gli interpellati ritengono che creare un nuovo diritto per gli editori sia o meno una buona idea.

Perché ci troviamo in questa situazione? Perché ora?

Il Commissario tedesco Oettinger, responsabile dei diritti d’autore, ha spesso ripetuto (si veda qui e qui) di essere aperto ad una versione UE della “Google tax” sul diritto d’autore, nota anche come “LSR” (Germania) e “AEDE canon” (Spagna). Alcuni editori di notizie inoltre continuano a sostenere che la legge UE, che consente di creare collegamenti ipertestuali e condividere contenuti senza l’autorizzazione del titolare del diritto d’autore, deve essere “chiarita” per sottoporre tali attività all’approvazione del titolare del diritto. Il Consiglio degli editori europei ad esempio sostiene che l’utilizzo di contenuti attraverso la “indicizzazione”, “messa a disposizione di frammenti di testo” e la “tecnologia dei motori di ricerca”, debba essere soggetto ad un “permesso”. Tali editori si sono inoltre battuti con forza per ottenere un intervento legislativo in questo senso in Spagna e Germania.

Tuttavia, l’opposizione a questi piani continua a crescere. Alcuni editori, così come associazioni di categoria e della società civile si sono fortemente opposti a livello europeo. Nel luglio del 2015 il Parlamento europeo ha votato contro un diritto accessorio europeo per i frammenti di notizie (si veda qui). In ultima istanza, oltre 80 eurodeputati hanno scritto alla Commissione europea a fine 2015 per opporsi a questo piano.

Di conseguenza, la proposta è divenuta sempre più controversa in Europa e la Commissione ha deciso di indire una consultazione aperta sulla questione prima di procedere ad un decreto finale in autunno. Ciò significa che abbiamo poco tempo per mandare un segnale forte per indicare che questo tipo di legislazione non è utile.

Di cosa tratta esattamente la consultazione? Una “tassa sui frammenti di testo”?

Molto probabilmente, sì. C’è chi ritiene che non si tratti di una “tassa sui collegamenti ipertestuali” poiché attribuisce nuovi diritti solo ai frammenti di testo. Ma è difficile concepire i collegamenti ipertestuali senza un breve testo descrittivo o un titoletto.

Sappiamo inoltre che alcuni editori continuano a spingere per una legge sul diritto d’autore che sottoponga i collegamenti ipertestuali ad autorizzazione. E alcune recenti “fughe di notizie” continuano ad essere interpretate come indicazioni che la Commissione sta effettivamente prendendo in considerazione una tassa sui collegamenti ipertestuali.

Eppure, le cose non sono così semplici. Si tratta di una consultazione composta prevalentemente da domande, quindi non è chiaro che cosa stia considerando esattamente la Commissione. La cosa chiara è che la consultazione contempla la possibilità di una portata ancora più ampia per questo diritto “connesso” (si noti che il nome diritto “accessorio” deriva dalla traduzione della legge tedesca e che diritti “connessi” è la dicitura ufficiale utilizzata dalla Commissione). Più ampia perché la consultazione chiede se la creazione di tali diritti debba riguardare non solo gli editori di notizie, ma anche gli editori di libri e pubblicazioni scientifiche e perché il nuovo diritto coprirebbe non solo i frammenti di testo, ma anche tutte le altre attività digitali e non già coperte dal diritto d’autore.

Quindi, fondamentalmente, potremmo aspettarci una nuova serie di diritti in capo agli editori per qualsiasi cosa che sia pubblicata online.

Questo diritto accessorio sui “frammenti di testo” ha sortito effetti positivi per gli editori in Spagna o Germania?

No. In Germania, ad esempio, ha portato alcuni editori ad avviare lunghi contenziosi legali contro gli aggregatori di notizie (tra cui Google) e altri soggetti, con esiti negativi. In ultima istanza, un tribunale di Berlino ha stipulato che una situazione di vantaggio “win-win” per tutti gli attori – utenti, editori di notizie e Google – verrebbe a mancare se Google fosse costretta a pagare per i frammenti di testo.

In Spagna, le conseguenze si sono fatte sentire su Google News ed altri servizi, con una conseguente diminuzione del traffico verso gli editori di notizie nazionali e portando in ultima istanza ad una riduzione delle entrate, in particolar modo per i piccoli editori online.

Un’associazione di categoria di servizi online ha pubblicato una sintesi di pareri, dichiarazioni e ricerche sull’impatto delle leggi spagnole e tedesche, disponibile qui.

In che modo ciò potrebbe danneggiare gli editori che vogliono innovare?

Lo spirito della legge è retrogrado perché cerca di invertire il modo in cui funzionano Internet e le attività online, costringendo gli editori di notizie e di altri contenuti a far pagare per l’indicizzazione e la condivisione di frammenti di testo online. Si tratta di un fraintendimento di come funzionano le cose. Questa legge sarebbe controproducente in quanto intende imporre un modello commerciale – la vendita dei frammenti di testo e dei collegamenti ipertestuali – ad un settore che si sta innovando per trovare nuove modalità e opportunità di business.

Finora, gli effetti in Spagna e Germania sono stati negativi e hanno portato a contenziosi e alla chiusura di alcuni servizi di aggregazione di notizie. Il traffico sui siti di notizie è calato e ci sono meno opportunità di trovare lettori e generare attività. A soffrirne di più sono stati gli editori online. In Spagna, in generale, si stima che gli editori di notizie perderanno 10 milioni di euro l’anno (si veda qui).

Se usi Google news, Facebook, Twitter, le start-up e l’innovazione come opportunità e se desideri utilizzare Internet per costruire un’attività più solida, le cose diventeranno molto più complicate se, ad esempio, il tuo modello aziendale si basa su Internet o su licenze “creative commons” che sono incompatibili con la legge.

Molti editori innovativi in Spagna l’hanno evidenziato: ElDiario, 20minutos, adslzone.net, Hipertextual, elocuent, Weblogs SL, Yorokobu, teleprensa Madrid, Nexotur, Ecointeligencia Editorial, Teknlife, Actualidadblog, Trending Topic, FXStreet, Castellon Confidential, hostelsur.com, JP Media, Neupic, GoldandTime.org, ecc.

Un nuovo diritto connesso per gli editori non vorrebbe dire più soldi per me?

No! È allettante pensare che creare nuovi diritti semplificherà la vita e si tradurrà in nuove entrate; ma non è così.

Finora, i tentativi in Spagna e Germania non sono riusciti in questo intento, principalmente perché la logica alla base della proposta è viziata in quanto si cerca di “invertire” il modo in cui funzionano le informazioni su Internet e di regredire all’era dei modelli aziendali della carta stampata. Anche perché tali tentativi alterano la dinamica concorrenziale online: nel breve termine, ridurranno il traffico digitale e le entrate di tutti. Sul lungo termine, penalizzeranno i marchi di notizie meno noti e gli innovatori del settore che si affidano alla rete per crescere; e potrebbero colpire la competitività degli editori europei online, poiché gli editori non europei competono su un Internet globale.

È altrettanto improbabile che un’eventuale versione ancora più ampia di questo diritto, che si applichi non solo ai frammenti di testo ma anche ad altri aspetti del diritto d’autore, possa generare nuove entrate. Gli editori ottengono già i diritti d’autore dai loro giornalisti e continueranno a richiedere contratti di diritti d’autore ai giornalisti per utilizzarne gli articoli. Quindi, nulla di nuovo su questo fronte.

In realtà, introdurre nuovi diritti su tutto quello che viene “pubblicato” oggi (la maggior parte su Internet), creerà un labirinto di complessità per gli avvocati e la possibilità per le società di gestione collettiva di essere sempre più coinvolte nei flussi di reddito degli editori, compresi quelli online. Ciò significa più intermediari, maggiori costi di transazione e maggiori necessità di consulenza quando gli stessi giornalisti o editori utilizzano il contenuto che si trova sul Web. Basti guardare il disastro che è il “canon” spagnolo, in base al quale gli editori sono stati privati della possibilità di decidere che cosa fare con i propri contenuti e sono costretti ad autorizzare una società di gestione collettiva a far pagare per i loro stessi contenuti, volenti o nolenti.

Un nuovo diritto per gli editori di notizie e periodici ci darebbe un vantaggio competitivo per sostenere la nostra attività digitale?

Ovviamente no. Le leggi non hanno sortito nessun impatto positivo per gli editori né in Spagna né in Germania. Al contrario, hanno penalizzato gli editori che più fanno affidamento su Internet per emergere, i quali hanno invece visto calare il proprio traffico online.

È impossibile circoscrivere un nuovo diritto agli editori “della stampa” che pubblicano notizie. Al contrario, il nuovo diritto si applica ai contenuti pubblicati per iscritto (“opere letterarie”) che oggi, come la maggior parte dei contenuti, sono pubblicati online. Quindi questo nuovo diritto si applicherebbe a tutti i contenuti online, compresi le notizie o l’intrattenimento creati in base ai “creative commons” o redatti da un’emittente del servizio pubblico.

Quindi, ad esempio, gli stessi diritti si applicherebbero anche alle emittenti del servizio pubblico che pubblicano articoli online (come la BBC nel Regno Unito o RTVE in Spagna). Lo stesso dicasi dei contenuti pubblicati sui blog, e si pensi che, solo su WordPress, vengono pubblicati 58,6 milioni di nuovi post e 49,9 milioni di nuovi commenti ogni mese (si veda qui).

Quest’iniziativa è diversa dalle leggi considerate errate adottate in Spagna e Germania per tutelare i “frammenti di testo””?

Non è del tutto chiaro fino a che punto si estendano i diritti che la Commissione sta prendendo in considerazione. Il Commissario Oettinger, responsabile della politica europea sui diritti d’autore, ha in più occasioni fatto capire che vorrebbe vedere una “Google Tax”, sul modello di quelle tedesca e spagnola.

La consultazione della Commissione indica che il diritto potrebbe non limitarsi all’utilizzo di frammenti di testo, bensì applicarsi anche a libri, notizie e pubblicazioni scientifiche e che questo diritto si estenderebbe anche a tutte le attività degli editori, non solo all’utilizzo da parte degli aggregatori: esso potrebbe coprire anche la distribuzione fisica e digitale. Una tale versione estesa sarebbe ancora più nociva e già vede l’opposizione di importanti studiosi del settore.

Implicherebbe infatti l’apertura di un nuovo diritto per ogni “opera letteraria” (o qualsiasi cosa pubblicata per iscritto) su Internet. Le conseguenze per l’editoria online, per Internet, per i contenuti generati da utenti, per l’analisi di dati sul Web, per i giornalisti di precisione (il cosiddetto “data journalism“), per la concessione di licenze e i pagamenti alle società di gestione collettiva e molto altro ancora hanno una portata ampia e imprevedibile.

Ha a che fare con la reprografia o i “prelievi” per copia privata?

La consultazione della Commissione non fa riferimento esplicitamente alla “reprografia” o alla “copia privata”. Tali attività rientrano nell’eccezione del diritto d’autore e, in cambio, le società di gestione collettiva raccolgono “compensi” dai titolari dei diritti.

Alcuni editori hanno suggerito che, in base a una sentenza tedesca, si necessiterebbe di un nuovo diritto connesso. Ma questo non ha molto senso. Ad esempio, gli editori di notizie in Spagna, nel Regno Unito o in Irlanda non subiscono alcuna conseguenza, e nemmeno gli editori online. Non ha molto senso richiedere una nuova legge UE per risolvere una questione tedesca. Inoltre, se anche ci fosse un problema, la creazione di un “nuovo diritto connesso” per tutti gli editori appare comunque sproporzionata. Si tratta di un problema tecnico e specifico di “imposta”.

Il collegamento tra reprografia e il diritto connesso sembra artificiale e opportunistico – un’esagerazione atta ad argomentare ancora una volta a favore di un nuovo diritto per gli editori.

In qualità di editore, perché mi dovrebbe interessare?

Attualmente, il tema è discusso in seno all’Unione europea come una cosa che gli editori vogliono e richiedono attivamente. Se non esprimi un’opinione diversa, le cose non cambieranno. In parole povere, la giustificazione di Bruxelles sarà dire che gli editori di notizie vogliono nuovi diritti che chiariscano in che modo possono essere utilizzati i frammenti di testo e i collegamenti ipertestuali.

Inoltre, questo diritto ti penalizza. Abbiamo prove più che sufficienti per dimostrare che questi nuovi diritti non sono utili, sono controproducenti e non fanno l’interesse di tutti gli editori. Ma ci sono ripercussioni negative anche per la concorrenza, il pluralismo e per gli utenti di Internet – cose che ti possono interessare come editore o come cittadino.

Che impatto avrà sulla mia attività?

Se sarà applicato un diritto simile a quello tedesco o spagnolo, la tua attività online ne pagherà le conseguenze in termini di traffico e rinvii online. In Spagna, uno studio stima che solo i nuovi editori online potrebbero perdere 10 milioni di euro l’anno a causa di questa normativa sul diritto d’autore accessorio. Secondo quest’analisi, i piccoli editori o gli editori che operano solo online saranno i più colpiti poiché fanno maggiore affidamento su Internet per raggiungere un pubblico nuovo.

L’impatto immediato di queste nuove leggi sarà il calo del traffico proveniente da altri siti online, quello che porta i nuovi lettori verso le notizie, in quanto diventerà sempre più difficile aggregare e condividere notizie e altri contenuti online.

Per i grandi editori di notizie in Spagna, Germania, Francia, Italia e Regno Unito, i rinvii da parte di siti Web e servizi terzi (Google, Facebook, Twitter, email, messaggeria istantanea, ecc.) hanno rappresentato il 66% del traffico online nel 2014. Il restante 34% è costituito dall’accesso diretto ai siti Web degli editori. Secondo Deloitte, questo traffico tramite rinvio ha portato valore per circa €746m nel 2014, un valore che viene messo a rischio da questi nuovi diritti che tentano di limitare il traffico online, o di farlo pagare. Non esiste un lato positivo in questa legge, perché nessuno inizierà ad acquistare più giornali stampati se sarà più difficile trovare i tuoi contenuti. Un’opzione molto più facile per i lettori sarà semplicemente andare a cercare pubblicazioni online non europee.

Potresti anche rischiare di perdere il controllo sulle tue entrate o di vederle gestite da società di gestione collettiva; né il modello spagnolo né quello tedesco hanno funzionato, ma entrambi si affidano a società di gestione collettiva per gestire il reddito (per legge o nella pratica).

Esistono ulteriori rischi legati a questo “diritto connesso”?

C’è un rischio chiaro che questo provochi conseguenze sulla tua attività digitale e che diventi più difficile per te costruire la tua presenza online, com’è successo in Spagna e Germania.

Si creerà anche un’incertezza del diritto che porterà ad anni di pesanti battaglie politiche, seguite da anni di contenziosi legali per cercare di far funzionare le cose. Senza vantaggi per nessuno.

Anche prima di tutto ciò, esiste un chiaro rischio che la legislazione prenda una direzione imprevista e controproducente. Ci vuole molto tempo per approvare le leggi a livello europeo e la procedura coinvolge un’ampia gamma di attori diversi. Ad esempio, il dibattito potrebbe portare a discutere i rapporti contrattuali con i giornalisti, o al coinvolgimento delle società di gestione collettiva che vogliono gestire nuovi flussi di entrate.

In termini di percezione del settore dell’editoria di notizie e intrattenimento per l’UE, non è una bella notizia. Per prima cosa, si tratta di una proposta estremamente controversa che comporta costi considerevoli, osteggiando gli utenti di Internet e mettendo la tecnologia contro gli editori. Gli editori saranno percepiti come non innovatori, oppositori della transizione digitale e pronti ad inimicarsi gli utenti di Internet. In secondo luogo, distoglierà l’attenzione da altre questioni importanti (come l’equiparazione IVA per la stampa e il digitale o l’attuale revisione della normativa UE sui media) e gli editori avranno meno voce in capitolo su questi temi.

È vero che il legislatore ha “dimenticato” di conferire agli editori un diritto specifico?

No. Sarebbe falso insinuare che gli editori di notizie non hanno diritti di per sé in quanto sono stati “dimenticati” in fase di aggiornamento della legge sul diritto d’autore per l’era digitale.

Gli editori sono come tanti altri attori del settore creativo: sviluppatori di giochi e di applicazioni, produttori musicali, distributori cinematografici, fotografi, manager e anche società di gestione collettiva. Tutti questi attori stipulano contratti con i creatori di contenuto per ottenere i diritti d’autore del caso.

Non essere titolare di un diritto specifico non significa che il proprio investimento non sia protetto o valutato. Significa che è con i contratti che si ottengono i diritti d’autore. O forse tutti i soggetti titolari di un diritto d’autore dovrebbero ottenere un nuovo diritto connesso?

Il legislatore ha “dimenticato” il fattore Internet nel concepire la legge sul diritto d’autore?

Ovviamente no. La principale legge europea sul diritto d’autore è la Direttiva 2001/29 sul “Diritto d’autore e diritti connessi nella società dell’informazione”, pensata specificamente per proteggere i titolari di diritto d’autore nell’era digitale e di Internet. Ciò è stato fatto principalmente attraverso la creazione di un diritto che chiarisce che il mondo digitale è soggetto a diritto d’autore: il diritto di “messa a disposizione”.

Questo nuovo diritto sarebbe “legale”?

La consultazione è molto vaga rispetto a che cosa comporterebbe questo diritto e per questo è difficile esprimere un “no” diretto. Ma gli studiosi del settore hanno espresso timori rispetto a una possibile incompatibilità con il diritto europeo e internazionale (per quanto riguarda la proposta spagnola, si veda qui). Permangono inoltre seri dubbi su come questo nuovo diritto si conformerà al “diritto di citazione “ e alla “libertà di informazione” riconosciuti a livello internazionale. Gli Stati Uniti hanno anche citato il “diritto accessorio” come barriera commerciale –(si veda il Fact Sheet: Key Barriers to Digital Trade) e come “tassa arbitraria sulle aziende che aiutano a veicolare traffico sui siti di notizie”

Che cos’è la libertà di panorama?

Per quanto riguarda la libertà di panorama, non esiste un’eccezione a livello europeo che autorizzi l’utilizzo di foto di edifici (dall’Atomium alla torre Eiffel illuminata) o di sculture protette da diritto di autore. Così, a seconda del Paese in cui ci si trova, caricare una foto di questo tipo su Facebook o Wikipedia può costituire una violazione del diritto d’autore. Ad esempio, un tribunale svedese ha recentemente deciso – in seguito alla denuncia di una società di gestione collettiva – che tali immagini su Wikipedia non sono autorizzate.

Si tratta di una “Google tax”?

Molti chiamano questa proposta “Google tax”, “tassa sui collegamenti ipertestuali” o “tassa sui frammenti di testo”. L’obiettivo delle leggi spagnola e tedesca era in parte di colpire Google e farlo pagare per i frammenti di testo delle notizie.

Il tentativo non è ancora riuscito a produrre l’effetto desiderato in quanto Google ha chiuso il suo servizio Google News in Spagna.

Nel tentativo di perseguire questo scopo, è stata utilizzata la legge sul diritto d’autore. Il diritto d’autore è come la proprietà: produce effetti su chiunque oltrepassi i confini della proprietà altrui, che si tratti di Google o di chiunque altro. Non è possibile redigere una legge sul diritto d’autore che dica che solo Google viola il diritto d’autore e che qualsiasi altro utilizzo è autorizzato.

Di conseguenza, si è pensato di creare un diritto d’autore sui frammenti di testo, rendendo difficile l’utilizzo di brani di testo per i servizi online e per le persone. Poiché tali frammenti sono spesso utilizzati per creare un collegamento ipertestuale (descrivere a cosa collega il link, per esempio), alcuni l’hanno chiamata “tassa sui collegamenti ipertestuali”. Proprio come una “Google tax” insomma, si tratta di un’approssimazione.

A prescindere dai casi, i “frammenti di testo” sono usati da una gamma di servizi online molto più vasta di Google per veicolare il traffico verso siti Web di notizie e intrattenimento. In media, per i grandi editori della stampa, circa un terzo del traffico proviene dall’accesso diretto (utenti che digitano lemonde.fr, elpais.com, repubblica.it, ecc.). Il resto, come indica la ricerca di Reuters, è traffico che proviene da motori di ricerca come Google e Bing, da aggregatori di notizie, da social media come Twitter o Facebook, da email, app, ecc.

 

Tabella 3-2: Punto di partenza delle notizie –  Reuters Institute Digital News Report 2015, p76.

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